Piccolo è bello? No.. flessibile è bello!

Pubblicato: 1 marzo 2010 da carlovettore in Fare impresa, Generale, Passaggio generazionale, Responsabilità sociale
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Penso fortemente che lo stato di crisi che c’è ora è la fine di un modello di crescita nata agli inizi del 1900 con il Fordismo.
Quindi siamo di fronte ad un cambiamento di paradigma del lavoro e della vita. La sociologia insegna che questi cambiamenti avvengono sempre con rotture sociali che costituiscono un nuovo ordine delle cose. Ma è tutto catastrofismo il mio? No, perchè va sempre ricercata l’opportunità e perseguita la crescita.

E’ però ovvio che per guardare al futuro non lo si può fare come si è guardato il passato, d’altronde non si guida l’auto guardando sempre nello specchietto retrovisore.

Fino ad ora si è guardato al modello del nord est “piccolo è bello” con ammirazione. Ma in realtà è un modello che è finito più che altro perchè bisogna studiare meglio il modello. Non è vero che piccolo è bello, ma flessibile è bello. Di fatto le piccole dimensioni aziendali permettevano di essere flessibili e quindi ricercare sempre nicchie di mercato dove essere leader incontrastati. Ma la flessibilità portava anche ad essere velocemente reattivi alle nuove richieste del mercato. Di fatto negli ultimi anni la globalizzazione ha reso il mercato è sempre più difficile sia da gestire che da intuire ed inoltre ha portato alla comparsa di competitor soprattutto stranieri che hanno costi di manodopera inferiori. Di fatto questa segmentazione dimensionale sta portando l’Italia a perdere il treno della ripresa, infatti la produzione mondiale è tornata a livelli precrisi, ma l’Italia è ancora a -20%. Inoltre negli anni si stanno assottigliando i margini di guadagno.

Come uscirne?

Con un forte cambio di cultura imprenditoriale. Bisogna passare la barriera psicologica del possesso d’impresa e passare al presidio.
Ogni azienda deve avere una propria identità, ed è importante che l’imprenditore dia la direzione e non abbia paura a scendere con la proprietà sotto il 51% ed aprendo così la sua azienda agli investitori che portano capitale fresco per crescere. Inoltre non si deve aver paura a creare agglomerati d’impresa che concorrono assieme per competere globalmente, ma anzi è una politica che deve esser perseguita.

A questo Paese servono imprenditori di prima generazione, un po’ di incoscienza costruttiva e quel coraggio necessario a fare una vera e propria rivoluzione culturale….

Credo che il nuovo paradigma di crescita parte da questi 4 postulati:

  1. In azienda non potrò mai avere le migliori persone al mondo. A questo punto conviene aprirsi al mondo => Azienda aperta al mondo
  2. Non importa quanto sai ma quanto velocemente riesci a reperire nuova conoscenza => Condivisione del sapere
  3. Le persone all’azienda non devono essere visti come risorsa umana ma come capitale umano in quanto sono il vero vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza => Immaterialità d’impresa
  4. Pensare globale ma vivere locale ( Gloloc ) => Globalizzazione d’impresa

Questi postulati rientrano quindi nella nuovo modo di intendere l’impresa di qualunque tipo.

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commenti
  1. mauro marinello ha detto:

    Ciao Carlo, benvenuto tra gli autori di questo blog.
    Ho letto con attenzione il tuo articolo. Le sfide che lanci sono importanti, puoi concordare con me che ci vuole tempo perchè queste discontinuità con il presente di cui abbiamo bisogno venga fatta propria da una nuova generazione di soggetti attivi nella vita economica.

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