Generazione startup

Pubblicato: 5 febbraio 2010 da mauro marinello in Generale

Ho avuto la fortuna di accompagnare Mattia ad una fiera del settore moda, a Barcellona. Per me è stata un’esperienza estremamente nutriente di stimoli e senzazioni, una 4 giorni per immergermi in un pizzico dell’attuale umore giovanile.

Non lavoro nel mondo della moda e mi considero l’opposto di un fashion victim. E con l’occhio curioso e innocente ho visto gli stand, i tessuti e i campioni esposti. La gente, le indossatrici, gli uomini d’affari. Scenografie e musica di sottofondo. Volevo farmi colpire, carpire da questo mondo un po’  a sè che ci veste tutti quanti. Senza difese e pregiudizi, solo la voglia di inquadrare il concetto di brand. Al The Brandery, e dove sennò?

Solo un attimo, voglio presentarvi Mattia. Ha lanciato il suo nuovo brand di abbigliamento. Principalmente tshirt e felpe mirate ad un cliente giovane. Non per fama, ma per la soddisfazione di realizzare il suo genio artistico. Ogni sua creazione ti fa dire UAU, anche il biglietto da visita. Mattia voleva capire dalla fiera le tendenze delle prossime collezioni, le grafiche e i colori dominanti. Non che non lo sa, semplicemente era alla ricerca di conferme.

Ho letto da qualche parte che il brand è in definitiva “quello che dicono di te quando tu non ci sei”. Nel settore moda assume la declinazione di “dimmi di che marca sono i tuoi jeans e ti dirò chi sei”. C’è molto oltre il prodotto, la maglia o la giacca. Ma è poco più di niente. Il brand ti vende quello che tu vuoi dimostrare agli altri. Elegante, casual, vintage, marinaio, colorato, sportivo, minimal, street, metropolitan. Sei etichettato, c’è un genere per ogni capo prodotto e viceversa, per quelli come me che non amano etichette bisogna farsene una ragione.

Mattia sembra guardare tutto, ma non è così. E’ sotto l’allucinazione dei suoi pensieri creativi alimentati dagli energy drink e vede in quelle gruccie che sta sfogliando con le dita le sue maglie, le sue giacche, con la sua grafica e i suoi materiali ecologici. I suoi occhi azzurri scrutano e sono oltre, le idee sono nell’aria e lui ha la visione da realtà aumentata di fissarle.

Lo osservo, lo seguo da 3 passi indietro, scatto foto. Anche lui dice UAU, raramente. Mi piace la sua spontaneità nel voler conoscere le persone che lo incuriosiscono. Ecco che abbiamo incontrato altri giovani talenti, che fanno cose davvero belle. Perchè si sono staccati da idee vecchie, e ricercano forme classiche da nuovi materiali, da lavorazioni artigianali, da particolari che innovano il classico. Sfumano i vecchi concetti, largo alla sostanza.

Giovani del mondo. Che abbiamo incontrato nell’ostello di una città cosmopolita per definizione. Barcellona è come Padova. Piena di universitari con le loro zone, le aule studio, i parchi, i bar aperti fino a tardi e le biciclette. I quartieri etnici ma la sicurezza che non ti succederà nulla se torni a piedi a tarda notte. Pochi autoctoni. Scenario precario in generale.

Chissà dove si vedono tra 20 anni gli studenti che ogni giorno attraversano la Rambla, tedeschi, francesi, italiani che grazie all’Erasmus e a Facebook non hanno più confini.  Chissà se si sentono, almeno loro, europei. E se gli piace davvero la loro mobilità sociale e fisica che all’università diventa stile di vita per sopravvivere. Intanto qualche intrepido ci sta già facendo assaggiare qualche sorso di come sarà. Come Mattia. C’è da aver fiducia.

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