Made in Italy (dai cinesi)

Pubblicato: 29 settembre 2009 da mauro marinello in Generale
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Riporto integralmente una lettera apparsa nel blog http://ilpunto-borsainvestimenti.blogspot.com Riassume perfettamente il mio pensiero in merito.

Amici, vorrei raccontare la mia esperienza.
Lavoro nel settore abbigliamento e più precisamente mi occupo di distribuzione all’ingrosso di abbigliamento. Il settore della produzione e confezione di abbigliamento è ormai da anni in uno stato comatoso, ma ora stiamo arrivando al punto di non ritorno.

Ci sono imprenditori seri che producono in Italia e utilizzano solo materie prime prodotte in Italia e rispettano tutte le regole del settore in tema di sicurezza, contributi, ed imposte ed oggi si stanno accorgendo che il loro fatturato sta scendendo di circa il 20% – 30%;
Ci sono imprenditori cinesi che producono in Italia, non rispettano le regole del settore e fanno concorrenza sleale;
Ci sono imprenditori italiani non seri che non producono in Italia, ma spacciano il loro prodotto come se fosse prodotto in Italia e pertanto danneggiano gli imprenditori seri.

Ma ormai tutti sanno queste cose, ma forse qualcuno non Vi ha ancora detto che ogni lavoratore italiano che rimane a casa non permette di tramandare alle generazioni future il lavoro sartoriale, pertanto non solo stiamo perdendo le aziende serie, ma stiamo perdendo la conoscenza del lavoro. La conoscenza dell’operare permette al lavoratore di spingersi sempre più alla ricerca di nuove macchine, di nuove soluzioni e pertanto, di innovare. Ma se i nostri lavoratori non dovranno far altro che scaricara la merce dai container cinesi, stirare i capi di abbigliamento, impacchettarli e spedirli, capite bene che in Italia basterà un quoziente di intelligenza molto basso per lavorare.

All’università di Economia gli economisti ci insegnano che le aziende devono portare le loro produzioni all’estero. I manager devono creare ricchezza aumentare i margini dal 50% al 2000% altrimenti che serve fare impresa bisogna imparare ad essere furbi. Dobbiamo imparare a vendere a 1000 quello che in realtà vale 10 questo è business. Ma quelle grandi menti non hanno spiegato che quando paghiamo quella merce i nostri soldi vanno all’estero e pertanto, saranno spesi all’estero e non in Italia. La ricchezza, così, si sposta da un paese all’altro e quindi se vogliamo mantenere il nostro tenore di vita sarebbe utile cambiare paese e non innovare l’azienda. Quelli grandi menti non hanno mai studiato il fondamento della nostra economia: le piccole imprese. Il mondo ce le studia e noi come tutte le cose belle che abbiamo ce ne accorgeremo solo quando non ci sono più. Le nostre piccole imprese costruite con il solo amore del lavoro, del fare le cose bene, del produrre industriale senza abbandonare la meticolosità del metodo artigianale e non costruite solo per far soldi.

In bocca al lupo a tutti i lettori sani di mente di MercatoLibero.

Simone

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commenti
  1. paolo barrai ha detto:

    Ringrazio per l’interesse per l’articolo sul mio blog
    http://ilpunto-borsainvestimenti.blogspot.com/.
    Butto lì un paio di idee.
    1) Organizzare una serata a Padova per parlare dell’economia del 2010.

    2) Legare il vostro blog al nostro per cercare di crescere insieme.
    In attesa di un vostro cortese cenno di risposta.

    Cordiali Saluti

  2. Stefano ha detto:

    Ciao Simone,

    mi fa molto piacere leggere le tue opinioni su delocalizzazione e depaupaeramento che ne consegue nelle conoscenze del tessuto imprenditoriale italiano; tuttavia vorrei proporre anche altre chaivi di lettura di questo fenomeno.

    Siamo sicuri che la delocalizzazione sia solo per ottenere maggiore ricchezza? Si può pensare che sia dovuta ad una ricerca di competitività che non si trova nel mercato dove l’azienda si trova? E quindi deve cercarlo all’esterno…

    E ancora, con la delocalizzazione l’azienda deve mantenere comunque la conoscenza del sapere fare, solo che questa viene condivisa con persone che non sono più solo italiane. Pensate che questo sia effettivamente un male oppure nell’epoca della globalizzata può rivelarsi una scelta dei nostri tempi?

    Stefano

  3. mauro marinello ha detto:

    Stefano,
    non ho mai creduto che insegnare ad altri il proprio mestiere sia un problema, a differenza di quello che è l’opinione comune. La scelta dei nostri tempi da percorrere infatti è l’economia della conoscenza, vedi open innovation.
    La globalizzazione dei mercati e del sapere non ha tenuto conto della disparità di regole, e le aziende dei paesi industrializzati sono in difficoltà oggettiva a causa di questo.
    Quindi, o barriere e protezionismo, o regole uguali. E preferirei aumentarle a chi non ne ha, soprattutto per rispetto dell’ambiente.
    Mauro

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