Risposta al mio Presidente

Pubblicato: 24 settembre 2009 da mauro marinello in Confapi
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Questo messaggio è il mio punto di vista sull’intervista di Paolo Galassi comparsa a pagina 8 dell’edizione di Luglio 2009 su “CONFAPI MAGAZINE – Periodico trimestrale di idee, politiche e progetti per il Rinascimento industriale italiano”

Caro Paolo, ho letto con molto interesse la tua intervista nell’ultimo numero di Confapi Magazine. I dati che citi sulle previsioni di chiusure e licenziamenti parlano da soli. 400 mila lavoratori senza posto di lavoro, sono tanti, troppi! Non posso pensarci, dobbiamo avere una soluzione.

Continuo a leggere fino alla fine affamato di conoscere quali sono le strategie per uscire da questa crisi economica. Mi fa piacere il tuo ribadire il ruolo di riferimento di Confapi per le aziende di piccole e medie dimensioni. Mi fa piacere che questo disastroso momento economico non ci ha mandato in crisi di idee, nemmeno in crisi d’identità, perché le ricette per la salvaguardia del comparto manifatturiero sono le stesse di sempre. Chiediamo che il fisco non penalizzi le aziende che vogliono assumere dei dipendenti per produrre in Italia. Perché oggi funziona cosi’. Mi piace molto l’idea di fornire alle aziende costrette a licenziare un’alternativa, la formazione in azienda finanziata dagli enti bilaterali.

Serve una politica economica ed industriale che crede nel manifatturiero. Sono totalmente d’accordo. Manifatturiero sostenibile, mi sento di aggiungere. Io credo però che oggi, con il terzo debito pubblico del mondo, bisogna guardare altrove, a costo di rappresentare i nostri interessi di cittadini prima che di imprenditori. Bisogna rendere l’Italia sostenibile. Partendo dalle piccole cose, un passo alla volta. Gli interventi anticrisi devono essere rivolti per tamponare enormi sprechi che alimentano interessi privati in ambienti protetti.

Il manifatturiero sta pagando di tasca propria il salvataggio delle banche, o lo pagherà nei prossimi mesi, e non e’ saltata neanche una testa. Il manifatturiero sta pagando la guerra in Afghanistan, 1000 euro al minuto, dal 2003. Il manifatturiero sta pagando le grandi opere infrastrutturali e l’inefficienza di quelle esistenti, paghiamo doppio. Il manifatturiero delle regioni del nord sta pagando l’assistenzialismo alle regioni del sud. Il manifatturiero sta pagando gli incentivi per mantenere le grandi aziende e pagare i debiti delle bad company statali. Il manifatturiero paga l’assurda complessità burocratica e normativa per poter lavorare.

Arrivo al punto. La dimensione delle aziende. Non voglio entrare nel merito di grande o piccola, di quale sia la cosa giusta e sbagliata. Quello che vedo in azienda, in associazione e tra amici è che siamo nel mezzo di una crisi generazionale che riguarda un modo vecchio di fare azienda e un modo nuovo di intendere la crescita professionale. Non ho fonti certe, ma credo che la maggioranza dei neodiplomati di oggi si iscrive all’università. Sono risorse enormi che fin’ora hanno trovato sbocco occupazionale nel mondo dei servizi e poco nelle pmi e nell’industria. Possiamo incrementare enormemente il livello delle nostre aziende potendo integrare nello staff figure preparate su discipline economice e tecniche, ma dobbiamo volerlo. Le leggi che regolano il mercato del lavoro ingabbiano tutto e tutti. Con le persone giuste ci si può permettere ricerca e sviluppo, ricerca di nuovi mercati, e qualche ora da dedicare alla famiglia e all’associazione. Ma qui, se un imprenditore può evitare di assumere, lo farà. Costi, responsabilità civili e penali, burocrazia.

Ogni bilancio preventivo prevede un fatturato maggiore rispetto all’anno prima. Ogni piano indutriale ha come obiettivo il rafforzamento del fatturato e delle risorse umane. Ogni imprenditore che aspira al successo ha nella mente la sua azienda di domani, e la sogna più grande e dinamica di quella di oggi. Non lo so il motivo ma è così. Paolo, facciamo tutti il nostro lavoro per premiare chi se lo merita.

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